Varanasi e il fiume Gange

 

Varanasi  è di certo una delle più affascinanti esperienze del mio viaggio in India.

Un groviglio di emozioni contrapposte: smarrimento, stupore, voglia di scappare e voglia di restare ancora.

Varanasi (o Benares) è sempre affollata da pellegrini, sacerdoti, guru e mendicanti; visitarla almeno una volta nella vita è lo scopo di ogni Indù; morirvi significa avere la possibilità di raggiungere il moksha (la salvezza, la liberazione).

Tutto avviene sulla sponda occidentale del Gange, il fiume sacro: gli Indù credono si tratti della dea Ganga che scorre in eterno, per questo la sua acqua è purificatrice.

“Uno stranissimo spettacolo: su questa sponda del fiume per alcuni chilometri decine di migliaia di persone rivolte al fiume, ai piedi delle scalinate, dei templi e delle case, in mezzo ai canti, le preghiere e i suoni di campanelle; sull’altra sponda nessuno, […] non succede mai nulla, tranne l’approdare di qualche cadavere di bambino o di sadhu che la corrente deposita sulla sabbia* (neonati e santoni non vengono cremati, ma lasciati alle acque).

 

 

LA CERIMONIA DEL GANGA AARTI

Sui ghat (le scalinate dalle quali si accede al fiume) ogni sera, al tramonto, si ripete il rito di adorazione, il Ganga Aarti. La cerimonia viene eseguita, di fronte al fiume, da un gruppo di giovani pandit (studiosi della religione e della lingua sanscrita) che con movimenti sincronizzati di candele ed incensi offrono il fuoco alla Dea Madre Ganga. I canti e l’odore di sandalo rendono l’atmosfera ancora più mistica e surreale.

LA CREMAZIONE SUL FIUME 

“Camminando dal Gange View Hotel verso Nord, lungo le scalinate che scendono al fiume, si incontrano due campi di cremazione dove il compito di disporre dei corpi, in pubblico, sotto gli occhi di tutti, non cessa mai. Passai ore a osservare l’andirivieni dei morti e dei vivi, il continuo affaccendarsi attorno ai fuochi degli addetti ai lavori e dei parenti. Mi colpì che nessuno mai piangeva. La morte era un fatto contro cui nessuno sembrava ribellarsi […]. Per le strade di Benares si incontrano in continuazione le processioni dirette ai campi di cremazione. Il cadavere, avvolto in un lenzuolo […] è disteso su una barella di bambù portata a spalla da quattro uomini. Il corteo non ha niente di funereo, di lento, di strascicato. Al contrario. Avanza a passo di marcia, quasi correndo, senza tanto riguardo per il morto che, precario nella barella, sobbalza e scuote la testa. Non c’è musica funebre che lo accompagna: solo il veloce, martellante grido di alcuni: “Ram nama satya hey“, solo il nome di Ram è verità, e la risposta del coro che ribatte: “Satya hey, satya hey”, verità, verità. E avanti, alla svelta alla pira dove il primogenito del defunto che si è appena rasato la testa, appicca il fuoco, osserva le fiamme che divorano la legna e la carne e alla fine butta sulle ceneri una ciotola d’acqua sacra del Gange; poi, senza voltarsi, va a fare le abluzioni di purificazione e torna nella ruota della vita. Il funerale non è di suo padre, ma del suo corpo, una materia ormai inutile, senza alcun valore di cui è necessario e facile sbarazzarsi”*

 

“E’ cosi, da quando l’uomo ricorda. Benares è la più antica città vivente e da quattromila anni milioni e milioni di indiani sono venuti a morire, certi di non dover tornare a vivere. Perché questo è l’unico posto sulla terra dove gli dei lo permettono. Per questo Benares, la città sacra, la città della morte, è fuori dal mondo, appartiene a una diversa realtà, vive in una diversa dimensione.”*

 

*Un altro giro di giostra, Tiziano Terzani

Stampa Stampa | Mappa del sito
@DALES VIAGGI - Viale Trieste 75, 93100 Caltanissetta - Tel. 0934.581169 info@dalesviaggi.it - P.IVA 01916400854 - Licenza Ass. Turismo n.1385/S9-TUR

Chiama

E-mail

Come arrivare